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Editoriale
Il sito web “www.abbiamostoffa.it” nasce come una iniziativa del Dipartimento di Salute Mentale volta ad inserire all’interno di un sito internet una serie di materiali quali foto, disegni, poesie, testi, video o registrazioni audio creati e prodotti, nel contesto di gruppi terapeutici e laboratori, da pazienti e operatori che frequentano e lavorano nel Day Hospital Territoriale di Camposampiero, struttura che accoglie quotidianamente in regime diurno utenti psichiatrici che richiedono interventi diagnostici e terapeutico-riabilitativi.
I pazienti sceglieranno il materiale che verrà di volta in volta pubblicato nonchè la cornice in cui questo dovrà essere presentato alla comunità. Essi apriranno così una finestra attraverso la quale sarà possibile, per chiunque vorrà, condividere le loro creazioni, vere e proprie espressioni del loro mondo interno.
Spesso i pazienti psichiatrici lamentano l’impossibilità di poter dimostrare a sé stessi e agli altri di non essere solo dei “malati” perché questa condizione spesso limita le loro possibilità di poter interagire con il mondo esterno e di poter raggiungere dei livelli di condivisione delle esperienze tali da mettere in evidenza cosa c’è dietro delle patologie ancora troppo legate a uno stigma.
Ç proprio partendo da questa voglia e questo bisogno di voler esprimere ciò che di più profondo c’è dentro di loro che nasce questo progetto.
Le molteplici attività che svolgiamo con i pazienti che frequentano questa struttura non sono di per sé terapeutiche: non è terapeutico per il paziente il costruire, plasmare, disegnare, inventare un qualsiasi oggetto, ma il fatto che tutto ciò viene fatto assieme, risultato di un lavoro comune tra operatori e pazienti, all’interno di una relazione che è terapeutica in quanto è fondamentalmente una relazione di reciprocità, nel cui contesto le attività e gli oggetti vengono, appunto, simbolicamente investiti, entrando a strutturare un campo emozionale e non solo pragmatico. “Prodotto” che comunque ha anche un valore in sé, in quanto rappresentazione simbolica (tutt’altro quindi che reificata) di un mondo interno altrimenti inaccessibile, in quanto espressione rivelatrice di quel paziente, espressione che a volte è semplicemente “mistero” che viene portato allo sguardo dell’altro.
Noi riteniamo che lavorare nell’istituzione psichiatrica con un’autentica passione estetica sia possibile nel momento stesso in cui riusciamo ad avvicinarci alla modalità (modalità che , ad esempio, può prendere il nome di delirio) che ogni paziente trova nel trasfigurare il peso della malattia in metafore che descrivono, semmai, il senso di molti aspetti dell’esistenza, e senza cadere nell’equivoco di scambiare ciò che è e può diventare arte, creatività con il prodotto dei pazienti stessi. Un modo di concepire l’estetica, questa, ben lontano da un senso oggettivo della stessa, anche se può coesistere con quest’ultima.
La sensazione di “bellezza” che noi operatori possiamo provare sta proprio nella nostra capacità e possibilità di “sentire” e ascoltare i pazienti che quotidianamente ci mostrano non tanto o non solo le loro aree più sane, ma anche il loro modo di sopportare ed esprimere la sofferenza, il dolore, proponendo un racconto di se stessi che supera la malattia quale banale etichetta impoverita dallo stigma. Molto spesso le risposte che noi possiamo dare loro non possono essere fatte di parole, ma di qualcos’altro: deve passare il profondo rispetto per il loro duro lavoro (quello di continuare ad essere vivi seppur nel terribile tormento della malattia) e la rassicurazione che noi siamo e saremo loro vicini, custodi non giudicanti del loro mondo, fatto di umani tentativi di dare un senso alle esperienze più estreme, esperienze che appartengono a tutti noi, indistintamente sani o malati .
Ogni qual volta noi operatori ci avviciniamo con autentica passione alle persone di cui ci prendiamo cura, molto del sentimento di estraneità che spesso ci coglie si dilegua, per lasciar posto al sentimento di esistenza in sé e ci rendiamo conto che loro sono lì per ricordarci che la nostra esistenza è caratterizzata non dalla perfezione, ma dalla frammentarietà. Frammentarietà che non ha nulla a che fare con l’insufficienza della nostra forza o con qualcosa che non va nel cervello nostro o dei nostri pazienti, ma col fatto che gli aspetti di cui siamo tutti fatti difficilmente trovano nel corso della vita un equilibrio reciproco.
Forse la più profonda difficoltà della nostra vita consiste proprio nel fatto che ciò che limita la sua spontaneità e opprime la sua spinta verso l’alto, è al tempo stesso l’unica condizione in base alla quale le nostre azioni e aspirazioni possono giungere a un’espressione visibile, a una creatività formatrice.
Il compito di noi terapeuti è quello di sviluppare una capacità di ascolto che ci permetta di metterci in contatto con chi si trova in uno stato di sofferenza psicopatologica, riuscendo a tollerare il limite e l’ambiguità del loro modo di vivere la vita, spesso assai più vera di quella che noi sani quotidianamente viviamo. Ed è tale gesto di ascolto che definisce il nostro modo di pensare la malattia mentale e di proporre un tipo di terapia e riabilitazione psicosociale tesa a trasformare in modo creativo le attività “ricreative” del vivere quotidiano e le attività che proponiamo ai nostri pazienti in gesti che curano.
Il vero atteggiamento terapeutico per noi coincide con il proporre un incontro e un dialogo con chi ci sta di fronte da cui possa continuamente nascere e svilupparsi una ricerca di condivisione di un senso e di una verità condivisibile, che trascende il singolo soggetto nella dualità; verità che acquista peso nella misura in cui induce delle trasformazioni obiettive nella persona del paziente che ritrova continuamente se stesso nella persona di chi lo cura, il quale a sua volta si modifica arricchendosi attraverso ciò che il paziente gli fornisce.
Il modello teorico di riferimento che fa da cornice al nostro modo di fare psichiatria è fortemente debitore nei confronti alla psicodinamica e alla psicopatologia di matrice fenomenologica, modelli che privilegiano l’attenzione rispetto non solo ai vissuti e alle esperienze interne dei pazienti, ma anche al mondo dei valori del singolo paziente e del suo modo di vivere e confrontarsi con il disturbo. In questo senso “riabilitare” significa non soltanto riacquisire capacità perdute, ma anche “curare”, nel senso di sviluppare nel paziente strumenti di compenso meno fallimentari nei confronti della propria vulnerabilità, ed è evidente che su questa linea sfumano grandemente i confini fra riabilitazione e terapia.
Referenti:
Dott.ssa Barbara Paoleschi
Dott. Francesco Gullo
Direttore UOA Psichiatria Camposampiero
Dott. Ludovico Cappellari
Direttore UOA Psichiatria Cittadella
Dott. Leonardo Meneghetti